La Ferrari 250 GTE della Polizia un’icona sulle strade di Roma
Quando una supercar entrò in servizio per fermare i criminali?
Tra tutte le auto passate alla storia per il loro servizio nelle Forze dell’Ordine italiane, la Ferrari 250 GTE Polizia è senza dubbio la più celebre. L’unica Ferrari ufficialmente in dotazione alla Polizia di Stato, operò nella prima metà degli anni Sessanta tra le strade della capitale, guidata dal leggendario maresciallo Armando Spatafora.

Dettaglio anteriore Ferrari 250 GTE 2+2 della Polizia
A differenza delle più classiche Alfa Romeo 1900 o Giulia 2600 Sprint, la Ferrari 250 GTE 2+2 nera con lampeggiante e stemma della Pantera sulle fiancate rappresentava qualcosa di unico e quasi cinematografico. Una supercar da 240 cavalli, in grado di spingersi oltre i 250 km/h, messa al servizio della Squadra Mobile della Questura di Roma per fronteggiare una criminalità sempre più rapida e organizzata.
Negli anni in cui Roma era un palcoscenico di furti, sequestri e rapine spettacolari, i malviventi fuggivano a bordo di auto elaborate, spesso irraggiungibili per i mezzi tradizionali delle forze dell’ordine. In quel contesto, la 250 GTE diventò un simbolo di coraggio, innovazione e giustizia. Ma la sua presenza tra le fila della Polizia non fu frutto del caso. Tutto ebbe inizio con una proposta tanto audace quanto visionaria.
Un’idea fuori dal comune: la richiesta del maresciallo Spatafora
“Ci vorrebbe una Ferrari, eccellenza!”
L’episodio che portò la Ferrari 250 GTE a indossare la livrea della Polizia è entrato nella leggenda. Fu infatti il giovane brigadiere Armando Spatafora a lanciare l’idea, durante un incontro ufficiale con il Capo della Polizia dell’epoca, Angelo Vicari. In una riunione convocata per comprendere le nuove esigenze operative, Spatafora si alzò e, senza mezzi termini, pronunciò una frase destinata a restare nella storia:
“Ci vorrebbe una Ferrari, eccellenza!”
Una richiesta tanto surreale quanto sincera, che colse tutti di sorpresa. Eppure, Vicari comprese subito il potenziale dell’idea e ne approvò la realizzazione. In pochi mesi, la Squadra Mobile di Roma si trovò tra le mani un esemplare nero fiammante di Ferrari 250 GTE 2+2, dotata di tutto il necessario per l’uso operativo: lampeggiante, sirena, radio ricetrasmittente e l’inconfondibile stemma della Pantera sulle fiancate.

Brigadiere, poi maresciallo, Armando Spatafora in servizio presso la Questura di Roma.
La presenza di una Ferrari in divisa, con il rombo del suo motore V12 a tagliare il silenzio delle notti romane, fu un colpo ad effetto. In un’epoca in cui la criminalità puntava su potenza e velocità, la Polizia rispondeva con l’eleganza aggressiva del Cavallino Rampante. Era nata una leggenda.
Due Ferrari in servizio: tra leggenda e realtà
La Ferrari della Polizia negli anni ’60, la velocità e l’immaginario di un’epoca
Negli anni Sessanta, l’Italia correva veloce. Erano gli anni della Dolce Vita, dei grandi film in bianco e nero, dei bar di via Veneto e delle Alfa Romeo che sfrecciavano per Roma. In questo scenario, vedere una Ferrari della Polizia aggirarsi tra Piazza Venezia e Trinità dei Monti era qualcosa di impensabile, quasi surreale.
Le auto storiche della Polizia italiana erano fino ad allora berline affidabili, ma lontane dall’immaginario sportivo. L’arrivo di una Ferrari cambiò tutto: non era solo un mezzo operativo, era un manifesto. La Pantera del Cavallino incarnava il desiderio di modernità, l’eleganza della divisa e il potere dell’innovazione tecnologica.
L’immagine di quella Ferrari anni ’60, nera con lo stemma della Pantera, divenne un’icona della Roma di quegli anni. I bambini la inseguivano con lo sguardo, i passanti si fermavano per ascoltare il rombo del V12. Persino i registi la volevano nei loro film: non come comparsa, ma come simbolo di un’Italia che correva verso il futuro.
Il mistero della prima GTE distrutta e il telaio 3999
Come ogni leggenda che si rispetti, anche la storia della Ferrari 250 GTE Polizia è avvolta da un’aura di mistero. Si racconta infatti che le Ferrari messe a disposizione della Questura di Roma non fossero una, ma due. La prima, consegnata nel 1962, ebbe vita breve: secondo alcune versioni fu coinvolta in un incidente durante un inseguimento, secondo altre si trattò di un test di collaudo finito male.
La vettura venne danneggiata gravemente e, secondo la narrazione più suggestiva, i rottami furono rapidamente spediti a Maranello, dove Enzo Ferrari in persona, il “Drake”, ne ordinò la distruzione. Nessuna documentazione ufficiale, nessuna conferma certa: solo frammenti di testimonianze e racconti tramandati nel tempo, a creare quel fascino quasi cinematografico che accompagna ogni dettaglio di questa storia.
La seconda Ferrari 250 GTE Polizia, quella realmente entrata nel mito, arrivò nel 1963. Con il numero di telaio 3999, è oggi considerata uno degli esemplari più iconici della storia della Polizia italiana. Questa vettura è sopravvissuta al tempo, alle strade romane e persino agli inseguimenti più estremi, diventando simbolo di una stagione irripetibile. È questa la GTE 2+2 che tutti ricordano, con il suo nero profondo, il lampeggiante azzurro e la silhouette affusolata pronta a sfidare qualsiasi auto in fuga.
Le caratteristiche tecniche della Ferrari 250 GTE 2+2
Eleganza firmata Pininfarina e un V12 da oltre 250 km/h
La Ferrari 250 GTE 2+2 fu la prima vettura a quattro posti prodotta in serie dalla casa di Maranello, pensata per coniugare comfort e prestazioni, ma anche per portare lo stile Ferrari in un territorio più “familiare”, senza rinunciare all’anima sportiva.
Disegnata da Pininfarina, si distingue per una linea armoniosa ed elegante: il frontale è dominato dalla classica calandra ovale con prese d’aria cromate e proiettori incastonati in cornici concave. Ai lati, le luci di posizione circolari, mentre la parte posteriore ospita tre gruppi ottici tondi per lato, incastonati nella coda muscolosa della vettura.
Ma è sotto il cofano che la 250 GTE mostra la sua vera anima: motore V12 Colombo da 3,0 litri, in grado di erogare 240 CV. Una potenza imponente per l’epoca, che le permetteva di superare i 250 km/h. Un dato impressionante, soprattutto considerando che era usata in piena città e su tracciati non certo pensati per simili prestazioni.
La Ferrari della Polizia non era solo bella e veloce: era anche estremamente funzionale. Dotata di sirena, radio e lampeggiante, veniva impiegata non solo per inseguimenti, ma anche per emergenze sanitarie e trasferimenti urgenti. Si racconta che durante una corsa tra Roma e Napoli, impiegò meno di 50 minuti: un tempo che ancora oggi lascia senza parole.
Armando Spatafora, il pilota che divenne leggenda
La Lince e gli inseguimenti spettacolari per Roma
Se la Ferrari 250 GTE della Polizia è diventata un’icona, gran parte del merito va ad Armando Spatafora, il brigadiere poi maresciallo che ne fece un’estensione del proprio istinto e del proprio coraggio. Al volante della Ferrari, Spatafora era inarrestabile. Aveva frequentato un corso di guida veloce a Vallelunga, seguito direttamente da tecnici e piloti Ferrari, affinando una sensibilità meccanica e una capacità di controllo che pochi colleghi potevano eguagliare.
Era rapido, audace e sempre un passo avanti. Le sue manovre erano imprevedibili e spettacolari, tanto da guadagnarsi sul campo un soprannome che suonava quasi come un avvertimento tra i criminali: “la Lince”.
Persino i giornali dell’epoca lo celebravano, tra il serio e il faceto, con frasi destinate a rimanere:
“Se vai in giro a tarda sera, occhio sempre alla Pantera! Ma se esci a tarda ora, occhio, amico, a Spatafora!”
Con la sua presenza scenica e la sua abilità al volante, Spatafora non solo guidava una Ferrari, ma rappresentava lo spirito stesso di una nuova Polizia: decisa a farsi rispettare, senza compromessi.
L’inseguimento a Trinità dei Monti
Inseguimenti e leggende: quando la Ferrari sfidava la notte
Molti ricordano l’inseguimento di Trinità dei Monti, ma non fu l’unico episodio epico. Si racconta che, una notte del 1964, Spatafora intercettò due fuorilegge in fuga su una Lancia Flaminia. La corsa attraversò via Appia fino all’Eur, con la Ferrari della Polizia che recuperava terreno curva dopo curva.
Alla fine, fu la potenza del V12 a decidere l’esito: i fuggitivi si arresero dopo un inseguimento da film.
Non mancavano però i momenti in cui la 250 GTE diventava anche un’attrazione per i cittadini. In piazza del Popolo o a Testaccio, la sua presenza bastava a far radunare decine di curiosi. Alcuni raccontano che Spatafora, tra un intervento e l’altro, si fermasse a parlare con i bambini, facendo loro ascoltare il motore.
Oggi questi episodi appartengono alla leggenda, ma raccontano bene il rapporto tra la Ferrari della Polizia e la città: una storia fatta di rispetto, stupore e un pizzico di orgoglio tutto italiano.
Un’icona anche per i malviventi
Tra gli aneddoti più celebri legati alla Ferrari 250 GTE Polizia, ce n’è uno che ha assunto i toni del mito. Un episodio che racconta non solo l’abilità di Spatafora, ma anche la straordinaria versatilità della sua Ferrari.
Durante un inseguimento notturno, un criminale francese – un “marsigliese” come si diceva allora – decise di compiere una manovra azzardata: per sfuggire alla Pantera, si lanciò giù per la scalinata di Trinità dei Monti, convinto che nessuna vettura della Polizia l’avrebbe seguito su quel terreno scosceso e rischioso.
Ma commise un errore: non aveva ancora capito con chi aveva a che fare. Spatafora non esitò, e con la Ferrari GTE 2+2 si lanciò a sua volta sulle scale, sfruttando la trazione, la padronanza assoluta del mezzo e un coraggio fuori dal comune. Alla fine della corsa, fu l’auto del fuggitivo a cedere, mentre la Ferrari e il suo conducente completarono la manovra senza danni, portando a termine l’arresto.
Ancora oggi si discute se questa storia sia realmente accaduta così. Ma in fondo, una leggenda non ha bisogno di conferme ufficiali: vive nel racconto, nell’emozione e nella memoria condivisa.

Ferrari 250 GTE 2+2 della Polizia in azione sulle strade della capitale
La fine del mito
La Ferrari della Polizia lascia il servizio operativo
Come tutte le storie leggendarie, anche quella della Ferrari 250 GTE della Polizia ha conosciuto una fine. Alla fine degli anni Sessanta, con l’evolversi delle dotazioni e delle strategie operative, l’auto venne dismessa e, nel 1972, fu messa all’asta. A spuntarla fu un appassionato di Rimini, Luigi Cappelli, che ebbe il merito e la sensibilità di conservarla con attenzione quasi maniacale per oltre quarant’anni.
In quegli anni la GTE non fu semplicemente parcheggiata in un garage: Cappelli e i suoi figli la portarono in raduni, manifestazioni, eventi, permettendole di continuare a raccontare la propria storia. Una delle occasioni più emozionanti fu senza dubbio la Coppa delle Dolomiti del 1984, dove la Ferrari si ritrovò nuovamente con il suo storico pilota: Armando Spatafora. Fu una vera e propria reunion, culminata con un secondo posto assoluto, che dimostrò come né il mezzo né l’uomo avessero perso smalto.
La Ferrari 250 GTE oggi: museo, concorsi e fascino eterno
L’unica Ferrari con livrea Polizia a circolare con targa originale
Nei primi anni Duemila, grazie a un accordo tra la famiglia Cappelli e la Polizia di Stato, la storica Ferrari 250 GTE Polizia è tornata “in servizio” in forma simbolica. Ceduta in comodato gratuito, è diventata il pezzo forte del Museo delle Auto della Polizia di Stato, esposta con la sua livrea originale, la sirena, la radio ricetrasmittente e la targa Polizia 29444, ancora funzionanti e perfettamente conservati.
Si tratta di un caso unico al mondo: nessun’altra vettura privata è autorizzata a circolare con livrea, dispositivi e targa d’epoca originali appartenenti alle Forze dell’Ordine. Un privilegio concesso solo a questo esemplare, a conferma del suo valore storico e simbolico.
Nel 2015, la GTE cambia nuovamente proprietario e fa il suo debutto internazionale partecipando al prestigioso Concorso d’Eleganza di Pebble Beach, dove la sua storia ha affascinato collezionisti e pubblico americano. Nel 2020 è tornata nuovamente in vendita, affidata alle mani esperte di Max Girardo, uno dei nomi più autorevoli nel panorama delle auto classiche da collezione.
Oggi, la Ferrari 250 GTE della Polizia italiana continua a far parlare di sé. È molto più di un’auto storica: è un simbolo di un’epoca, una dichiarazione d’intenti, un legame indissolubile tra prestazioni e servizio pubblico, coraggio e innovazione, tecnica e passione. E, soprattutto, è la prova vivente che anche la giustizia può andare a 250 all’ora.
Le altre auto storiche della Polizia italiana
<h3″>Dalla Giulia Super alla Lamborghini Gallardo
La Ferrari 250 GTE della Polizia rimane un caso unico, ma non l’unico esempio di collaborazione tra il Cavallino Rampante e le Forze dell’Ordine. Negli anni successivi, altre auto storiche della Polizia italiana hanno segnato epoche diverse, riflettendo il cambiamento del Paese.
Negli anni ’70 e ’80 fu il turno dell’Alfa Romeo Giulia Super, simbolo di affidabilità e grinta. Poi arrivarono le Fiat 131 Abarth e le Alfa Romeo Alfetta, protagoniste di decenni di inseguimenti e pattugliamenti.
Nel nuovo millennio, la tradizione si è rinnovata con la Lamborghini Gallardo Polizia, consegnata nel 2004 come dono ufficiale della Casa di Sant’Agata Bolognese. Usata per servizi d’emergenza e trasporto organi, rappresenta la naturale erede dello spirito della 250 GTE: la dimostrazione che la velocità può servire la giustizia.
Oggi la Ferrari anni ’60 in livrea Polizia resta un unicum, ma la sua eredità vive in ogni supercar blu che attraversa le strade italiane.
La Ferrari 250 GTE: tra mito, memoria e modernità
Sessant’anni dopo, la Ferrari 250 GTE continua a incarnare il fascino di un’epoca. È il simbolo di un’Italia che credeva nel progresso, nel coraggio e nella bellezza. Oggi è conservata come reliquia, ma il suo rombo riecheggia ancora nella memoria di chi l’ha vista sfrecciare di notte per Roma.
Nella storia delle Ferrari anni ’60, poche vetture raccontano così bene il legame tra l’ingegno e il cuore. E tra le auto storiche della Polizia italiana, nessuna ha saputo rappresentare così fedelmente la linea sottile che separa la giustizia dalla leggenda.





