Guido Biondi, Roy Roger’s

Questo post è stato scritto da Gaetano Piazzolla

Giudo Biondi Roy Rogers Takahiro Osaki Antonio Liverano

Giudo Biondi Takahiro Osaki Antonio Liverano credit Gaetano Piazzolla

 
Antonio Liverano Guido Biondi,Takahiro Osaki

Antonio Liverano, Guido Biondi, Takahiro Osaki
Credit Nick Clements

Fiorentino, creative director del marchio Roy Roger’s. Gli piacciono le moto custom e le spaziose autostrade americane. Abbiamo incontrato e intervistato Guido Biondi in occasione della fiera di Pitti Immagine durante la presentazione del nuovo jeans sartoriale nato dall’incontro tra la tradizionale arte sartoriale di Liverano con la contemporaneità e innovazione di Roy Roger’s.
Guido parlaci di come è nata questa collaborazione con lo storico marchio della sartoria italiana quale Liverano & Liverano (ndr)
Era da tempo che volevo fare qualcosa con il Maestro (Antonio Liverano ndr.). Lui è l’unico sarto rimasto della scuola fiorentina e noi siamo il primo jeans nato in Italia così vista l’importanza storica della sua azienda e della nostra mi è sembrato bello unire le due realtà e creare così un “mashup” tra i due mondi, quello del denim e quello della sartoria.
Cosa vi ha spinto a distribuire il jeans principalmente in Asia?
Il Giappone è un mercato che sta andando bene per noi e stiamo puntando anche alla Corea. Ma soprattutto perché Liverano & Liverano è un nome molto conosciuto in Asia ed è dimostrato dal fatto che qui i tempi di attesa per un abito cucito dal Maestro sono di oltre un anno.
Dove vivi?
Sono nato a Firenze e vivo a Firenze, nel centro storico. Però mi piacerebbe vivere a Los Angeles perché sono appassionato di moto d’epoca e lì c’è quel tipo di “lifestyle” che piace a me dove il mondo del denim si unisce bene a quello dei motori. Poi, cosa c’è di meglio di un Highway americana per godersi il piacere di guidare una moto.
A questo punto una domanda di rito sorge spontanea. Che macchina o moto guidi?
Ho una Mercedes classe G. Di moto invece ne ho diverse. Non mi piacciono le moto da corsa, prediligo piuttosto i custom. Infatti la mia preferita è una Panhead, Harley Davidson, ma quella che uso più spesso è una Triumph Scramble del 2006 a carburatore perché mi piace il suo motore grintoso.
Essendo figlio d’arte quella di lavorare nell’azienda di famiglia la tua è stata una libera scelta?
Certo! L’abbigliamento è sempre stata la mia grande passione e ha sempre fatto parte della mia vita fin da piccolo. In realtà però alla fine delle scuole mi sarebbe piaciuto aprire un ristorante e cucinare del cibo raffinato ma non commerciale per poche persone, per lo più amici e gente che conosco.
Come ti trovi nel ruolo di creative director?
È un ruolo che mi entusiasma molto. Mi piace ricercare materiali, sperimentare nuove cuciture o abbinare cose che con il denim non centrano nulla così si cercano nuove soluzioni che portano a delle novità.
Obiettivi futuri?
Portare avanti nuovi progetti come quello del jeans su misura che stiamo facendo in Giappone e aprire nuovi mercati. Mi piacciono molto anche le collaborazioni e vorrei realizzarne di nuove e soprattutto documentarle attraverso foto e video.
Cosa pensi della moda italiana?
Il “made in Italy” rimane sempre il fulcro più importante, il riferimento per tutti. Dal punto di vista creativo invece ci sarebbe bisogno di più qualità e meno ricercatezza, rifarsi alle cose semplici e non “trendy”, come il maglione del nonno che indossi perché sai che è fatto bene.
La varietà è importante per te?
Diciamo che non è fondamentale.
Possiedi abiti cuciti da Antonio Liverano e qual’è il tuo stile nel vestirti?
Possiedo tre abiti cuciti dal Maestro. Il mio stile invece è molto semplice, t-shirt con camicia a quadri o maglia di shetland con camicia sotto. Per 360 giorni vesto jeans e i cinque restanti un chino beige, uno stile casual insomma.
Hai rimpianti per qualcosa che non sei mai riuscito a fare?
Ce ne sono tanti per cui non li ricordo.

 

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