Bodycar by Vincenzo D’Alba – Kiasmo

Questo post è stato scritto da Giuseppe Piazzolla

Testo Redazione foto Gianni Zanni

L’automobile, al di là della sua ordinaria funzione, ha spesso rappresentato un luogo ideale di sperimentazione dell’arte. Celebri sono gli interventi pittorici che hanno trasformato le carrozzerie delle auto in veri capolavori, come ad esempio le leggendarie auto firmate da Piero Fornasetti: la Ford Granada e la Mercedes-Benz 280 TE (entrambe station wagon) decorate sulle fiancate con motivi architettonici; oppure la Fiat 500 disegnata nel 1993 da Mimmo Paladino; o ancora la BMW M1 che la casa automobilistica tedesca commissionò nel 1979 a Andy Warhol.
Tra le auto più iconiche dell’epoca moderna, oggetto d’attenzione di artisti e mecenati, vi è il maggiolone della Volkswagen, ripreso peraltro dallo stesso Warhol negli anni ’80 nei suo disegni seriali, reiterato in diversi colori nell’ambito della collezione “Ads”. Celebre è anche l’opera “Wrapped car” che vide il maggiolone protagonista di un’azione d’impacchettamento firmata da Christo a Dusseldorf nel 1963.
In questa tradizione s’inserisce il lavoro di customizzazione rivolto al mondo delle auto che Kiasmo – realtà innovativa nei settori dell’arte, dell’architettura, della moda e del design – ha introdotto nell’ambito dei propri progetti speciali legati alla produzione di oggetti d’arte: nasce così “Bodycar”, un progetto ideato da Vincenzo D’Alba e Francesco Maggiore, volto a trasformare le carrozzerie delle autovetture in opere d’arte.
Il primo disegno è stato realizzato da Vincenzo D’Alba su un maggiolone Volkswagen immatricolato nel 1980: un intervento artistico realizzato con l’impiego di pennarelli neri, che ha reso un’auto d’epoca un’opera da museo.

L’intervento non si pone come semplice decorazione ma come diffusa illustrazione che valorizza le inconfondibili forme e linea che contraddistinguono la “Beetle” tedesca, definendo un immaginario ironico ed essenziale. La volontà non è di tornare al mitico senso della velocità o di richiamare allusive forme di progresso, bensì soltanto quella di produrre una descrizione più classica a favore di una lentezza avanguardistica che richiama sia il piacere di un futuro perduto, sia l’assolutezza di un corpo inorganico, che dura per sempre.

 
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