Matteo Ferrari e Automotive Monogamy il progetto fotografico che racconta le persone attraverso le loro auto
Matteo Ferrari ha iniziato il progetto “Automotive Monogamy” nel 2001 fotografando persone accanto alle loro automobili a distanza di anni, spesso replicando la stessa posa di una vecchia fotografia conservata dal proprietario. Il risultato è un libro fotografico che racconta il rapporto emotivo tra uomini, memoria e automobili, trasformando vetture spesso considerate semplici mezzi di trasporto in strumenti di identità personale. Il progetto, pubblicato nel volume “Automotive Monogamy”, raccoglie decine di dittici fotografici dedicati soprattutto al mondo delle auto youngtimer e alle storie umane nascoste dietro ogni carrozzeria.

Matteo Ferrari e Automotive Monogamy il progetto fotografico che racconta le persone attraverso le loro auto
Una fotografia diventa una macchina del tempo
Ci sono libri fotografici che mostrano immagini belle da osservare. E poi ci sono libri che riescono a fermare qualcosa di più difficile da spiegare: il tempo. “Automotive Monogamy”, il progetto firmato da Matteo Ferrari, appartiene a questa seconda categoria.
Il lavoro nasce da un’idea semplice, quasi ingenua nella sua immediatezza, ma potentissima nella pratica: fotografare una persona accanto alla propria automobile molti anni dopo una fotografia già esistente. La stessa auto, la stessa persona, spesso la stessa posa. Cambiano soltanto il tempo trascorso, i dettagli del volto e le tracce lasciate dalla vita.
È un progetto che parla di automobili, ma soltanto in apparenza. In realtà racconta fedeltà, memoria, identità e abitudini che resistono in un mondo dove tutto viene sostituito rapidamente.
In una società abituata a cambiare smartphone ogni due anni e automobile ogni leasing, le persone fotografate da Ferrari sembrano appartenere a un’altra epoca culturale. Non custodiscono soltanto un oggetto meccanico. Conservano un pezzo della loro storia personale.
Automotive Monogamy nasce da quattro domande molto semplici
L’anima del progetto è racchiuso in poche frasi. Matteo Ferrari, quando incontrava qualcuno alla guida di una vettura particolare, iniziava sempre con quattro domande:
“È la sua auto?”
“Da quanto tempo la possiede?”
“Ha una vecchia fotografia?”
“Posso scattarne una nuova?”
Da lì nasceva tutto.
Il progetto prende forma ufficialmente nel 2001 con quattro coppie di fotografie pensate inizialmente per essere proposte alle riviste, “per fare dei servizi”, come si diceva allora nel mondo editoriale. Ma nel tempo l’idea cresce, si trasforma e diventa qualcosa di molto più ampio.
Ferrari inizia a cercare automobili lasciando piccoli biglietti sui parabrezza delle vetture parcheggiate che attiravano la sua attenzione. Non sceglieva auto qualsiasi. La selezione seguiva criteri precisi di rarità, unicità o semplicemente di presenza emotiva.
Molte delle vetture ritratte oggi rientrano perfettamente nel mondo delle auto youngtimer, quelle automobili prodotte tra gli anni Ottanta e Novanta che stanno vivendo una nuova stagione di interesse culturale e collezionistico.
Non si tratta però di supercar irraggiungibili o collezioni milionarie. Anzi. La forza del progetto sta proprio nella normalità delle storie.

Matteo Ferrari e Automotive Monogamy il progetto fotografico che racconta le persone attraverso le loro auto
Le auto youngtimer diventano specchi delle persone
“Automotive Monogamy” le automobili smettono di essere semplici oggetti. Diventano estensioni caratteriali dei loro proprietari.
C’è chi ha conservato la stessa vettura dal giorno della patente. Chi la lega a una luna di miele. Chi l’ha acquistata dopo un divorzio come gesto di libertà personale. Chi continua a lucidarla con la stessa attenzione di quarant’anni prima.
Una delle storie più emblematiche è quella del signor Rescia di Saronno, proprietario di una Autobianchi Primula acquistata nel 1965. Per paura di rovinare la vernice non usava detergenti. Aspettava la pioggia e poi asciugava l’auto con una pelle di daino.
Sono dettagli piccoli, quasi invisibili. Ma è proprio lì che il progetto trova la sua forza narrativa.
Ferrari non fotografa semplicemente persone e auto. Fotografa il modo in cui certi oggetti diventano compagni di vita.
Ed è impossibile non leggere queste immagini anche come una riflessione sul cambiamento sociale degli ultimi vent’anni. Oggi il rapporto con l’automobile è spesso legato alla tecnologia, alla connettività o all’efficienza. Nelle fotografie di “Automotive Monogamy” invece l’auto conserva ancora una dimensione sentimentale.
La realizzazione del libro segue una regola precisa
Il volume “Automotive Monogamy”, pubblicato da Lazy Dog, è costruito con una struttura estremamente rigorosa.
Ogni doppia pagina contiene due immagini: sulla sinistra la fotografia storica fornita dal proprietario dell’auto, sulla destra il nuovo ritratto realizzato da Ferrari dopo almeno quattordici anni, spesso molti di più.
La nuova immagine richiama sempre la precedente nella posa, nell’inquadratura o nell’atteggiamento del soggetto.
È una scelta che rende immediatamente evidente il passaggio del tempo. Non serve spiegare nulla. Basta osservare i dettagli: le rughe, i capelli, la postura, ma anche l’invecchiamento delle carrozzerie e l’evoluzione dei paesaggi urbani.
Le 96 pagine del libro raccolgono 35 dittici e circa 70 fotografie. Ad accompagnarle ci sono brevi testi che aiutano il lettore a entrare nella relazione tra il proprietario e il veicolo.
La presentazione del volume porta inoltre due firme importanti del mondo creativo contemporaneo: Michele Lupi e Yorgo Tloupas.
La loro presenza aiuta a contestualizzare il progetto non soltanto come lavoro fotografico, ma come osservazione culturale e sociale.

Matteo Ferrari e Automotive Monogamy il progetto fotografico che racconta le persone attraverso le loro auto
Matteo Ferrari arriva dalla moda ma guarda le persone
Prima di questo progetto, Matteo Ferrari aveva già costruito una carriera importante nel mondo della fotografia editoriale.
Ha iniziato a fotografare a dieci anni e successivamente ha lavorato per circa quindici anni tra Milano e Parigi come fotografo di moda. Nel corso della sua carriera ha collaborato con testate internazionali come Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Grazia e Condé Nast Traveller.
Eppure osservando “Automotive Monogamy” si capisce subito che il suo sguardo non nasce dalla fotografia automobilistica tradizionale.
Non ci sono immagini spettacolari, drift o estetica da catalogo. Ferrari fotografa le persone prima ancora delle vetture.
Probabilmente è proprio la sua esperienza nella moda ad avergli insegnato a leggere il linguaggio del corpo, le esitazioni, il modo in cui qualcuno si mette accanto a un oggetto che sente profondamente suo.
Anche quando l’automobile occupa gran parte dell’inquadratura, il centro emotivo della fotografia resta sempre umano.

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Dietro il progetto c’è anche una riflessione sul consumo
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Matteo Ferrari è il sottotesto culturale che emerge senza bisogno di dichiarazioni forzate.
Le persone ritratte in “Automotive Monogamy” sembrano opporsi naturalmente alla logica del consumo veloce. Continuano a utilizzare, restaurare e custodire automobili che per altri sarebbero semplicemente vecchie.
Ferrari stesso nel libro riflette su questo aspetto parlando di “fedeltà” e persino di “ribellione”.
È una parola importante. Perché oggi mantenere la stessa automobile per quarant’anni può davvero essere interpretato come un gesto controcorrente.
Molti dei protagonisti del libro non sono collezionisti. Non vivono le loro auto come investimenti economici. Le considerano parte della famiglia.
Ed è forse questo il motivo per cui il progetto funziona anche per chi non è appassionato di motori. Le fotografie parlano di relazioni durature in un’epoca costruita sulla sostituzione continua.
Il futuro di Automotive Monogamy potrebbe partire da Detroit
Dopo oltre vent’anni di ricerca, Matteo Ferrari continua a guardare avanti. L’idea di un secondo volume esiste già e potrebbe svilupparsi fuori dall’Italia.
Tra le città immaginate dal fotografo compare anche Detroit, luogo simbolico dell’industria automobilistica americana ma anche città profondamente legata al tema della memoria industriale e della trasformazione urbana.
Sarebbe un’evoluzione naturale del progetto.
Perché “Automotive Monogamy” non parla soltanto di auto italiane o europee. Parla di un comportamento umano universale: il bisogno di conservare qualcosa che racconti chi siamo stati.
Ed è forse proprio questo il motivo per cui il libro continua a colpire lettori molto diversi tra loro. Gli appassionati di fotografia trovano una ricerca coerente e rigorosa. Chi ama le auto youngtimer riconosce modelli e atmosfere di un mondo che sta cambiando rapidamente. Gli altri trovano semplicemente storie vere.
In un’epoca dominata da immagini veloci e consumate in pochi secondi, il progetto di Matteo Ferrari costringe invece a fermarsi. A guardare i dettagli. A confrontare il passato con il presente.
E a capire che certe automobili, alla fine, parlano molto più delle persone che le guidano che dei motori che montano sotto il cofano.

Matteo Ferrari e Automotive Monogamy il progetto fotografico che racconta le persone attraverso le loro auto





